Maurizio Barbieri

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Maurizio Barbieri

Maurizio Barbieri

T E M P O / A T T E S A

S P A Z I O / A S S E N Z A

MAURIZIO BARBIERI è nato a Genova nel 1952.
Esordisce come illustratore nel 1977 con una pubblicazione per l’infanzia edita da Marzorati, I sogni di Camilla, che vince per le immagini e i testi il Premio Bancarellino di Pontremoli (MS) dello stesso anno.
Attualmente vive e lavora a Genova.
MOSTRE PERSONALI
1990  Galleria Il Brandale, Savona
1992  Galleria Il Brandale Savona
1994  Galleria Morando, Alessandria
1997  Circolo di Lettura 1894, Tortona
1998  Galleria Arte e Cultura, Alessandria
           Galleria Le Petit Prince, Ravello
2000  Centro Civico Buranello,  Genova
2003  Premio internazionale Espoarte, Albisola
            Galleria Saloon Art Gallery
2003  Associazione Satura, Genova
2007  Palazzo Guasco, Alessandria
2014  Artrè Gallery, Genova
2017  Viaggi in Asia, Sala Barozzi, Comune di Bée (VB)
Ha partecipato a varie collettive nel Genovese e nell’Alessandrino, tra cui  Forma e colore, esposizione annuale del Gruppo Culturale Amici di Albaro, dal 1995 .
Ci sono artisti che hanno integrato il loro percorso creativo con una serie di scritti teorici; spesso erano esponenti delle cosiddette avanguardie storiche o legati ad una sperimentazione sul linguaggio stesso dell’arte. Altri, ai quali mi sento più vicino, pur non trascurando i rapporti tra forma e comunicazione, affidano in ultimo l’interpretazione della propria opera alla sensibilità dell’osservatore.
Questa premessa è a giustificazione dell’intenzione di descrivere il percorso, in molti casi analogico, di ciò che ho fatto.
Ho cominciato a dipingere presto e a fare del dipingere la mia non facile attività, e di cercare in essa la mia identità.
Il percorso che storicamente va dal primo album di disegni alla personale del ’90 è stato idealmente un filo ininterrotto.
I rapporti tra i colori, i segni grafici e lo spazio era quanto mi affascinava e a quello mi dedicai, senza però quasi mai abbandonare la figura; ciò perché era per me irrinunciabile di dare al quadro la possibilità di rappresentare qualcos’altro rispetto agli elementi e ai criteri che lo concretizzavano.
I miei lavori sono stati costruiti, sin dagli esordi, solo e soprattutto in funzione del loro apparire finale. A lavoro finito infatti scoprivo soddisfazione nell’osservare le mutazioni e le continue trasformazioni del quadro, nel constatare come esso, forse per mia immaginazione, continuasse a proporre nuove soluzioni. L’inevitabile procedere verso l’essenziale (di ottenere cioè il massimo con il minimo) mi ha portato a mettere in evidenza il segno grafico e le campiture di colore, laddove esso è uniforme, attraverso l’uso di una materia visivamente compatta come lo smalto, suggerendo una figura lontana dalla sua rappresentazione consueta.
Contemporaneamente a questo lavoro, ancora con la motivazione di evocare altro dal rappresentato, venni catturato da quella grafica imprevedibile e sempre più magica e tecnologica che ha la luce stessa come autore: la fotografia. Decidendo poi di integrare le esperienze precedenti a questo nuovo spazio di indagine, ho sentito l’ampliarsi delle possibilità: l’azione creativa del pittore è una lenta meditazione, quella del fotografo è intuizione, è mettersi all’unisono con la percezione visiva del tempo. La fotografia è inedita rispetto alla realtà fotografata e il quadro è inedito rispetto alla fotografia.
In questi contrasti e in questi enigmi sta ciò che mi intriga, ovvero la dinamica del mio lavoro attuale.
Forse ho scritto cose da impostore: solo i quadri hanno vero diritto di parola e con la voce di chi, guardandoli, li vede.
(Maurizio Barbieri)
[…] Proprio la presenza della metafora, intendendo qui il termine nel significato lessicale di sostituzione di un termine proprio con uno figurato, è il portato più significativo della datità espressiva dell’opera di Maurizio Barbieri in ispecie quando essa porta l’osservazione alla condizione rivelatrice dell’atmosfera e quando avvia lo sguardo dell’osservatore verso quel realismo fermato in una composizione apparentemente chiusa a un significato e che vada aldilà del suo immediato darsi quale immagine, o porzione di immagine. Di fatto e paradossalmente nelle opere di Barbieri l’immagine sembra sospendere l’osservazione sul vuoto che gli oggetti del paesaggio (o degli interni) determinano in una sorta di suggestiva additività e lo fa attraverso quelle zone di luminosità che dovrebbero mettere in chiaro i dati frantumati della realtà repertata come momento particolarmente significativo.  Se ben osserviamo i quadri di Barbieri ci accorgiamo come siano colte le scelte prospettate similmente ad una predisposizione fotografica: il taglio, la direzione dello sguardo attraverso l’obiettivo, i valori immateriali della luce definiscono l’equilibrio strutturale e costruttivo della scena. Tuttavia  quanto la rende sensibile nella sua sostanzialità di cosa detta è l’aggiunta concettuale del giudizio, una aggiunta che integra il visibile in significato esistenziale sensibile, riflessivo, filosofico. Merito dello stato inquieto e personale con cui Barbieri
“cataloga” pittoricamente un posto come luogo fatale all’umano spirito. Ed è proprio dai quadri per quanto freddi e apparentemente neutrali, che lo sguardo dell’artista capta, attraverso il loro darsi formale e cromatico, la manifestazione definitoria del vuoto, dell’assenza e a rivelarci, di un ambiente estraniato e estraniante, la solitudine, la tristezza, l’anonimità. È il caso delle stazioni, delle piazze vuote anche quando sono popolate di contingente oggettività, delle facciate di caseggiati incombenti e spaesate all’incontro luce-ombra, dei particolari di un interno, ovattato appunto dalla presenza di una assenza.
Protagonista, di fatto, nei quadri di Barbieri è l’atmosfera del momento i cui risvolti psicologici sono tutti lacerti prelevati dall’empito espressivo, dalla precisione delle relazioni spaziali, dalle tracce di una contemplazione passiva rapportata dallo sguardo allo stato della realtà. Troppo facile allora indicare nel formalismo originario di Hopper le ascendenze inevitabili di Barbieri per il quale, semmai, la pittura è “metafisicamente” il campo delle apparizioni e l’immaginario dispone di spazio e di tempo come delle dimensioni simboliche della sua sensibilità portata a considerare la realtà quale indicazione concettuale.
C’è, ancora, un altro risvolto ulteriormente psicologizzante nelle opere di Barbieri ed è nel procedimento bidimensionale dell’à-plat con cui accoglie le cose vedute. Forse esso ha un collegamento sintomatico con i suoi esordi di illustratore o, più verosimilmente, esso è l’espediente per dipingere in modo apparentemente impersonale le immagini. Si è detto però del giudizio come qualità soggettiva del suo intervento il quale, pur obbligato alla fredda riservatezza della rappresentazione realistica, esercita tuttavia la propria moralità. Non è un dettaglio, questo, se si tiene conto che è proprio dell’arte rendere visibile ciò che è visto. E ciò che è reso visibile è giudicato.
Germano Beringheli

 

L’idea dell’attesa nasce dal fatto che queste immagini sembrano interrogarci, quasi che il nostro sguardo su di esse sia di troppo, ad intaccare e turbare quella percezione di infinito che celano. Un’arte minimalista, sottrattiva, dalla bellezza strutturale che della realtà. trattiene le architetture e l’orografia paesaggistica.
Tutto viene però interiorizzato da un processo che potremmo definire esoterico ed alchemico, che decanta e semplifica il dato visivo lasciando affiorare quell’altrove che è metafisica dell’anima.
È dunque il silenzio il vero protagonista di queste pitture, declinato nelle differenti sfaccettature delle tonalità che, come tarsie, costituiscono l’immagine.
Nel prendere visione di questi lavori viene difficile non meditare, poiché l’unica presenza è il nostro sguardo, che si trova misteriosamente proiettato in una dimensione che apparentemente è conosciuta – famigliare potremmo dire – ma che si presenta in modo estraniante. Anche i particolari delle strade cittadine, dei parcheggi ci raccontano in un tutt’uno la rarefazione del tempo e la dilatazione dello spazio.
Queste pitture eseguite con la tecnica dello smalto sono costruite sulle tonalità, anche se ci sembrano scure: nello scoprirle, troveremo delle attente variazioni concatenate come in un domino di colori, dove ogni elemento inserito ne esclude altri, rendendo complessa ed estremamente precisa la chiusura dell’opera. Questa complessità tecnica dell’abbinare colori e toni nasce dall’esigenza di mantenere una tinta di registro unitaria che manifesta il temperamento cromatico, ora freddo ora caldo, a seconda della natura descritta.
Le immagini di Barbieri vivono di spazi interiori in sostituzione di quelli reali. Un’estetica che piacerebbe a Michelangelo Antonioni, che in un’intervista espresse un pensiero che si adatta perfettamente a queste opere: “Provo il bisogno di esprimere la realtà in termini che non siano affatto realistici.”
Mauro Chiodoni

PAUSE ||

Maurizio BARBIERI | Bruna MARENZANA

A cura di Andrea Daffra e Maria Laura Bonifazi

 

Mettere in pausa il tempo, osservarlo e dipingerlo. Gli artisti Maurizio Barbieri (Genova, 1952) e Bruna Marenzana (Tortona, 1964) ne hanno fatto la guida della propria ricerca, proponendo tele con intriganti e ricercati spaccati della realtà urbana e periferica: scorci che evocano racconti contemporanei di margini e angoli del palcoscenico in cui si compie la vita umana, dalle atmosfere sospese e rarefatte in cui talvolta mancano riferimenti topografici precisi.

Il mondo reale, ovvero l’ambiente tradizionale in cui viviamo – immagine della nostra cultura e della nostra società – è ispirazione per una riproduzione apparentemente fedele, che non intende far parlare ciò che è ritratto nella loro nuda essenzialità: c’è infatti una tendenza a descrivere il quotidiano fluire del tempo e dell’esistenza, con il recupero del dimenticato, dello spazio “di passaggio”, degli scorci soggetti a un quotidiano oblio nel momento in cui la frenesia della vita contemporanea li abbandona per migrare altrove. Presenze (talvolta evidenti, talora percepite) e architetture instaurano una relazione dove lo spazio visibile assume la fattezza di una “entità”, di un palco in cui tutto sembra poter succedere. In Barbieri e Marenzana la realtà si copre di un velo di lontananza temporale, come fossero scene archiviate in un passato distante e oggi recuperate tra la polvere di uno scaffale, che ci presenta, invece, immagini con cui interagiamo quasi quotidianamente.

Il lavoro finito permette di poter vivere l’attimo messo in pausa, con una costruzione tra le righe che intende incoraggiarne la lettura: tra i compiti dei dipinti, infatti, vi è quello di far sì che l’immobilità della pittura porti lo spettatore a fantasticare sui dettagli, immaginandone le trame o i soggetti che potrebbero manifestarsi in essa. “Solo i quadri – scrive Barbieri – hanno vero diritto di parola e con la voce di chi, guardandoli, li vede”. Nei luoghi di entrambi – fontane e specchi d’acqua, giardini, grandi magazzini, distributori, parcheggi, piazzali, porticcioli – nella percezione di questi luoghi, si cela l’atto di “elaborazione e traduzione in un linguaggio”, come scrive Marenzana. Se nella percezione e nella poetica dello sguardo è innegabile una convergenza, inevitabili divergenze rafforzano il dialogo tra i due autori.

Divergenze nel medium adoperato, ossia lo smalto in Barbieri, che per la sua compattezza evidenzia i rapporti tra colori, segno grafico e spazio, e l’olio in Marenzana, che restituisce l’atmosfera di una narrazione rallentata dai colori saturi e con “una tramatura pittorica sostanzialmente bidimensionale”.

Divergenze nei soggetti dipinti che, sebbene derivati da elementi urbani e periferici condivisi come palazzi, stazioni ferroviarie e di servizio, piazze, interni e non-luoghi, mostrano nella personale rappresentazione una diversa concezione di fondo sul tema dello spazio: luogo di espressione della dimensione dei corpi in Marenzana e dimensione in cui il corpo è apparentemente assente – c’era e forse ci sarà – in Barbieri. Mentre nelle opere di Marenzana i protagonisti di questo spazio sono figure “vere” reinterpretate, rese anonime e svuotate di contaminazioni o fraintendimenti, ma ancora vagamente riconoscibili, in Barbieri il protagonista dell’atmosfera è l’assenza, l’attimo messo in pausa, il racconto di quell’istante tra il prima e il dopo, nel momento in cui chi vive il luogo si distrae. L’artista, che si intrufola nel momento in cui il tempo si deconcentra, descrive i luoghi che cambiano tra le luci e le ombre dello scorrere del tempo, e che, anche se resteranno apparentemente immutati, saranno comunque diversi, perché privati dell’attimo in cui sono stati ritratti. La costruzione di uno spazio non abitato, o meglio ancora appena disabitato, fatto per essere vissuto, disturbato o percorso ci interroga sulla vera natura del luogo.

 

Marenzana dal canto suo riesce a cristallizzare l’istante temporale di quel paesaggio urbano estraneo alle dinamiche dello sviluppo o alle seduzioni ordinarie, come ricorda lei stessa: lo fa per permettere a quest’ultimo di esprimere la propria interseca e raffinata forza evocativa, nascosta negli angoli visibili solo con la coda dell’occhio come quando, costretti a rallentare il passo, ci soffermiamo su angoli che non abbiamo mai considerato. Ad una comune ricerca di realtà, si contrappone un’altrettanta condivisa condizione di irrealtà, ad una volontà di imitazione, un qualcosa di artificiale. Il risultato finale dei quadri, finestre aperte sul mondo, è un’arte senza tempo, presentata sotto la luce della sensazione del già avvenuto.

In questa pittura dal taglio cinematografico in cui lo spazio oltre la tela – quello non visto – sembra infinito assistiamo alla realtà come su uno schermo capace di fermare il tempo e metterlo in pausa.

Schiacciare il tasto pause per interrompere la riproduzione è un gesto a cui siamo abituati, per riprendere quando desideriamo – o possiamo – la visione. Il tempo recente ha cambiato il nostro rapporto con la sospensione impedendoci le nostre azioni più elementari limitandoci comportamenti e libertà di movimento. I lavori in mostra sono per la maggior parte antecedenti, ma si riferiscono ad un tempo dell’attesa che ha a che fare con le stesse emozioni e sensazioni, proiettandoci dentro un fermo immagine che blocca l’azione quando un evento interviene inesorabilmente. È a questo punto che il livello di osservazione degli autori si avvicina: entrambi si situano sulla soglia dell’abisso, in quella dimensione dell’esistenza in cui è possibile esplorare il limite, attraverso percorsi e passaggi diversi, per diverse direzioni. Varcare il confine per Barbieri è stato spesso spostarsi nei suoi numerosi viaggi di ricerca personale, allontanandosi per portare le cose al centro di sé. Per Marenzana è stato restare ferma, guardando il mondo dal suo centro, attraverso una ricchissima ricerca intellettuale e lo studio della filosofia. Entrambi esploratori dell’oltre, ma con due dinamiche opposte e complementari. Superare il confine è stato per entrambi sperimentare il limite estremo dell’esistenza, attraversare la perdita, l’assenza, la morte. Un’indagine in cui Bruna Marenzana si serve della tela per porsi le sue interrogazioni. Con forza centrifuga spinge i suoi soggetti alle periferie del quadro, ai bordi, fuori dal campo. Prospettive inquietanti, destabilizzanti, personaggi confinati in un angolo, geometrie estreme come esercizio di conoscenza. La giostra e l’altalena che ci riportano alle emozioni libere dell’infanzia, bloccano il loro movimento in funzione di un’analisi della struttura per comprenderla ed esplorarla. Maurizio Barbieri non è estraneo ad una ricerca ontologica, ma si muove su una direzione opposta e complementare raccontando le zone di un buio così eccessivo e dominante da essere motore rivelatore della luce, potente anche se lontana. Il suo rapporto con la luce dagli inizi alle opere più recenti delinea un percorso di maturazione della riflessione che si addolcisce in un esito cromatico gioioso e pieno nelle vedute della sua città- identità.

“PAUSE II” (mi ė stato spiegato che corrisponde al tasto e al simbolo relativo per interrompere una registrazione), opere di Maurizio Barbieri e Bruna Marenzana, curata da Andrea Daffra e Maria Laura Bonifazi (che è pure la gallerista). Scrivono: “Mettere in pausa il tempo, osservarlo e dipingerlo”. Sarebbe una sorta di fermo immagine, intanto la realtà scorre e nel momento in cui si ristabilisce la visione tutto – il contesto, il paesaggio, il movimento dei protagonisti – potrebbe essere cambiato. In tutto questo Barbieri e Marenzana intervengono in modo complementare, l’uno nella descrizione del paesaggio, l’altra nella popolazione (relativa) dello stesso. I luoghi di Barbieri sono desertificati, solinghi. L’artista isola scorci volutamente periferici (il parcheggio camion di un autogrill, un tratto dello stesso con bidoni per la spazzatura) ma anche urbani, tuttavia decontestualizzati (piazza Tommaseo a Genova, scalinata Giorgio Borghese), destrutturati e ricomposti.  Visioni luminose dai pieni contrasti (e qualcuno ha tirato in ballo il geometrismo di Costantini e lo spaesamento di Hopper: perché no? Io traccio cerchi, lo ha fatto anche Giotto e non credo di copiarlo), nelle quali non è anima viva (se non presunta: il notturno con camion è splendido, e tali mezzi se sono arrivati lì dove sono significa che qualcuno li ha condotti) [ …]

Stefano Bigazzi