Francesca Bellati

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Francesca Bellati

Francesca Bellati

Francesca Bellati

(Genova, 1977)

 

Nel suo “Breve storia della fotografia” Walter Benjamin afferma che le immagini pittoriche, specialmente i ritratti, se sopravvivono nel tempo, si riducono a mere testimonianze dell’arte del loro autore: “Se i ritratti restavano tra i beni di famiglia, di quando in quando, ci si interrogava sui soggetti raffigurati. Ma dopo due o tre generazioni questo interesse tendeva a svanire…”; assieme all’identità del soggetto andava perso il senso originario dell’opera e quei volti diventavano immagini di una umanità anonima. Il quadro, persa la sua funzione, poteva continuare ad essere guardato solo se artisticamente eccellente.

Con l’avvento della fotografia, secondo Benjamin, scopriamo invece un fenomeno nuovo e particolare: il ritratto fotografico è così spontaneo e seducente che non si esaurisce nell’arte del suo autore: l’immagine non può essere messa a tacere dal trascorrere del tempo, anzi reclama ostinatamente il nome del soggetto che dentro quell’immagine ha vissuto.

Il lavoro di Francesca Bellati si muove all’interno di questo problema invertendo premesse ed effetti.

L’uso popolare del mezzo fotografico ha prodotto un’infinità di immagini quasi sempre scattate con la finalità affettiva di fissare o creare un ricordo caro; ma anche a queste immagini è toccato via via il destino dei vecchi dipinti a olio: le fotografie delle generazioni che ci hanno preceduti finiscono, col passare del tempo e l’avanzare dell’oblio, per raffigurare persone senza nome.

Eppure in molti di quei volti palpita ancora la stessa grazia potente che Benjamin aveva riconosciuto nelle fotografie di Hill e Adamson.

Bellati parte da una raccolta di foto scattate negli anni ‘40 e ‘50 nel basso Piemonte contadino caro a Pavese e ne deriva sulla tela una propria interpretazione sottrattiva in cui i volti e i gesti appaiono dematerializzati, sublimati e sospesi in una dimensione atemporale.

In questo senso i soggetti vengono strappati al contingente fotografico, liberati dall’istante generativo e restituiti ad una nuova forma e a una nuova vita in cui non esiste più azione ma solo contemplazione.

La lucidità di questa operazione di inversione per cui l’immagine pittorica “segue” anziché precedere quella fotografica ha come risultato la riattribuzione di quella identità mancante, dimenticata e persa per sempre che il soggetto rivendica dal fondo della carta fotografica; l’utilizzo, in alcune opere, della tecnica mista in acetato nasce dall’esigenza dell’artista di creare uno scarto pudico tra lo strato di realtà steso sulla tela e l’osservatore: uno strato protettivo, un filtro che funzioni in entrambi i sensi a sottolineare il nuovo status di autonomia con cui quella immagine si offre al nostro sguardo.

Francesca Bellati (1977) consegue il Diploma di laurea in Pittura presso l’Accademia di Belle Arti di Genova nel settembre del 2005. A partire dal 2002,partecipa a diverse mostre collettive tra Toscana e Liguria. Nel novembre del 2005, espone una serie di schizzi eseguiti a matita durante una mostra personale nella città di Braga in Portogallo.

L’embrione della ricerca sul tema “Il Ragazzo” è racchiuso in una poesia di C. Pavese, “Esterno”, e nel racconto “Amado mio” di P. Pasolini: entrambe le opere letterarie rappresentano per l’artista un profondo oggetto di meditazione. I soggetti, dipinti dal vero, sono stati scelti tramite personali associazioni figurative, nate nel momento stesso dell’incontro. A tale proposito, Francesca Bellati cita Medardo Rosso, il quale sosteneva che non è necessario compiere un giro attorno ad una persona: immediatamente, quando la vedi, entra a far parte dei tuoi occhi. Evolvendosi, la ricerca figurativa muta in qualcosa di trascendentale ed incontra l’ostacolo della dicotomia essere/apparire. All’interno del piccolo studio di piazza S.Matteo, nel cuore del centro storico genovese, l’acuta sensibilità di Francesca si avvicina in punta di piedi ai modelli, la scelta dei quali avviene contemporaneamente al tentativo di penetrare i loro pensieri, cercando di cogliere la “luce interiore” di cui i lineamenti ed i dettagli del viso sono intrisi. Tale luce determina i colori che l’artista utilizza per caratterizzare ogni suo dipinto. Un delicato intreccio tra spiritualità, estetica e cruda innocenza, trapela da ogni singola pennellata: “Ho seguito i miei modelli come un pianoforte con tutte le sue scale, rispetto a quello che mi sentivo di dire”

Silvia Reghitto

 

 

 

Cesare Pavese
Esterno

Quel ragazzo scomparso al mattino non torna.
Ha lasciato la pala, ancora fredda, all’uncino
era l’alba nessuno ha voluto seguirlo:
si è buttato su certe colline. Un ragazzo
dell’età che comincia a staccare bestemmie,
non sa fare discorsi. Nessuno
ha voluto seguirlo. Era un’alba bruciata
di febbraio, ogni tronco del colore del sangue
aggrumato. Nessuno sentiva nell’aria
il tepore futuro.
Il mattino è trascorso
e la fabbrica libera donne e operai.
Nel bel sole qualcuno il lavoro riprende
tra mezz’ora si stende a mangiare affamato.
Ma c’è un umido dolce che morde nel sangue
e alla terra dà brividi verdi. Si fuma
e si vede che il cielo è sereno, e lontano.
le colline sono viola. Varrebbe la pena
di restarsene lunghi per terra nel sole.
Ma a buon conto si mangia. Chi sa se ha mangiato
quel ragazzo testardo ? Dice un secco operaio
che va bene, la schiena si rompe al lavoro
ma a mangiare si mangia. Si fuma persino.
L’uomo è come una bestia, che vorrebbe far niente.

Son le bestie che sentono il tempo e il ragazzo
l’ha sentito dall’alba. E ci sono dei cani
che finiscono marci in un fosso : la terra
prende tutto. Chi sa se il ragazzo finisce
dentro un fosso, affamato ? E’ scappato nell’alba
senza fare discorsi con quattro bestemmie,
alto il naso nell’aria.
Ci pensano tutti
aspettando il lavoro, come un gregge svogliato

 

 

 

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